RESISTENZA DI MARATEA E OTTOCENTO


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I FRANCESI

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Dopo la proclamazione di Giuseppe Bonaparte a re di Napoli, avvenuta il 30 marzo 1806, bande di truppe legittimiste opposero una disorganizzata ma coraggiosa resistenza all’avanzata napoleonica nel Regno di Napoli. 
Dopo lo spaventoso massacro di Lauria dell’agosto 1806, nel dicembre dello stesso Maratea subì l’assedio portato avanti dal generale Jean Maximilien Lamarque, che con 4.000 uomini e quattro cannoni si presentò alle porte del «Castello», in quel tempo difeso dal colonnello marateota Alessandro Mandarini.


Alessandro Mandarini

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busto del Colonnello Alessandro Mandarini - Villa Comunale Maratea

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L'ASSEDIO E LA BATTAGLIA

La storia dell’assedio è ben ritratta dallo storico lucano Giacomo Racioppi nella sua “Storia dei Popoli della Basilicata e della Lucania”: 
«Il 4 dicembre, postate che furono le artiglierie su prossime alture, circondata la piazza da tre lati, egli intende a tòrre ogni possibile comunicazione per la via di terra. 
Intima la resa, che è respinta; e comincia l’offesa; la quale si fa più viva ed efficace, quando sopravvengono da Lagonegro altri due cannoni di maggiore calibro, e da Sapri il colonnello Pignatelli-Cerchiara con cinquecento soldati, che dovranno tener fronte de’ partigiani raccoltesi a Castrocucco sotto il comando del maggiore Giuseppe Necco, ed alle altre venute dei paesi intorno a Sicignano, guidate da un Tommasini. 
Queste sparse bande di partigiani tentano di apportare aiuto per via mare agli assediati, il giorno 7; ma una loro barca con quaranta animosi non pure tocca la riva che è presa, e quelli morti o prigioni. Intanto l’artiglieria degli assedianti continua a battare le torri che difendono la porta del castello; un assalto di sorpresa è tentato nella notte dell’8; mentre dai barili delle apportate polveri si fa scoppiare una mina. 
Non riesce il colpo di mano, e lasciano a piè delle mura non pochi morti e feriti. 
Pure le opere di approccio e i mezzi di offesa abbondanti e vivi tolgono animo al presidio, che è di gente, in gran parte, raccogliticcia, e mal provvista in munizione da guerra e da bocca; onde piegano orecchio alle nuove e più oneste proposte del generale che aveva fretta e bisogno di procedente oltre; e accettano una capitolazione onorata. Per la quale, ceduto il castello, i soldati di ordinanza s’imbarcano per la Sicilia; e i partigiani della bande a massa vengono nella chiesa di Maratea, ove, fra riti ordinati solenni degli uffizi religiosi e un sermone del parroco, dànno giuramento sulla immagine del Cristo, che non avrebbero mai prese le armi contro i francesi: e furono mandati liberi. 
Ciò fu il 10 dicembre. 
Le torme sicignanesi, al comando del Tommasini, passarono ai servizi del vincitore: Alessandro Mandarini non volle, pure fatto segno a speciali lusinghe, ma si ritirò in Sicilia, ove visse di onesti commerci a Cefalù, finché la restaurazione borbonica non venne a rialzare le sue fortune.» 

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FINE DI MARATEA SUPERIOR


Se Mandarini ottenne la salvezza della città e degli abitanti, nulla poté contro la pretesa dei francesi di abbattere mura e torri del « Castello »: la cosiddetta Maratea Superiore, mutilata delle sue fortificazioni artificiali, si spopolò rapidamente, e già nel 1808 l’antica città venne degradata a frazione del «Borgo», da allora unico capoluogo comunale. 

Nello stesso periodo Maratea acquisì anche il territorio disabitato di Castrocucco, grazie alle leggi d’eversione dalla feudalità portate avanti dai francesi. 

Il duro colpo subito dall’assedio francese non intaccò di molto le fortune commerciali di Maratea: fino all’Unità la città fu un importante scalo marittimo, nonché produttore di vino, olio e lana. 



IL RISORGIMENTO

Nel 1820 si diffusero le vendite carbonare, tra cui si ricorda quella del 17 agosto avvenuta alla presenza del parroco D’Alitto, in cui i rivoluzionari marateoti giurarono fedeltà alla costituzione nazionale. 
Il 4 luglio 1848 il rivoluzionario Costabile Carducci fu costretto a uno sbarco di fortuna sulla spiaggia del Porticello di Acquafredda, bloccato da una tempesta che gli impediva di proseguire il suo viaggio verso il Cilento. Scoperto da sicari filo-borbonici venuti dalla vicina Sapri, fu catturato, torturato e ucciso nello stesso giorno, lungo il sentiero che sale nelle montagne dietro la frazione. 
Raffaele Ginnari, compagno del Carducci, nel 1860 promosse la costituzione di un comitato insurrezionale per l’unificazione dell’Italia anche a Maratea. La stessa città fornì quattro uomini all’Esercito Meridionale di Giuseppe Garibaldi, che il 3 settembre aveva attraversato in barca la costa marateota. 



continua in : IL NOVECENTO



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